Da millenni i filosofi cercano di arrivare alla fonte della felicità. L’Ecclesiaste, probabilmente scritto dal re Salomone intorno al X secolo a.C., propone una concezione della felicità come dono di Dio:
“Io ho riconosciuto che non c’è nulla di meglio per loro del rallegrarsi e del procurarsi del benessere durante la loro vita, ma che se uno mangia, beve e gode del benessere in mezzo a tutto il suo lavoro, è un dono di Dio” (Ecclesiaste 3:12, 13).
Si ritiene che Aristotele abbia affermato: “La felicità è il senso e lo scopo della vita, l’intero obiettivo e il fine dell’esistenza umana”.[1] Intorno al 400 d.C., dopo una vita di immoralità e corruzione, Agostino d’Ippona giunse alla conclusione che la felicità non può essere trovata lontano da Dio: “Tu ci hai creati per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.[2] Nel XVII secolo, in Francia, il famoso matematico e filosofo francese Blaise Pascal scrisse:
Tutti gli uomini cercano la felicità. Senza eccezioni. Qualunque siano i mezzi diversi che impiegano, tutti tendono a questo fine. La causa per cui alcuni vanno in guerra e altri la evitano è lo stesso desiderio in entrambi, accompagnato da punti di vista diversi. La volontà non compie mai il minimo passo se non verso questo obiettivo. Questo è il motivo di ogni azione di ogni uomo, persino di coloro che si impiccano.[3]
La felicità è “il motivo di ogni azione di ogni uomo”. Caspita. Pascal ha ragione? Questa forza di attrazione è davvero così potente? Pascal fa un’affermazione forte, ma credo che abbia colto nel segno. Se devo essere sincera, spero davvero di trovare la felicità in ogni cosa: dal mio caffè mattutino, ai miei soldi, fino al mio matrimonio.
La ricerca della felicità
Ho trascorso l’ultimo anno a osservare come perseguiamo la felicità: guardando film, ascoltando canzoni, valutando i titoli delle notizie, prendendo nota di leggi e sentenze giudiziarie e prestando attenzione alle tendenze economiche. Ho scoperto che le nostre ricerche individuali della felicità spaziano da aspetti superficiali ad aspetti profondi.
Questi sono i sei modi principali in cui noi occidentali cerchiamo più spesso la felicità:
· Esperienze piacevoli. Amiamo sentirci bene: un brivido, un diversivo, un po’ di autoindulgenza. Lo troviamo nel buon cibo e nelle bevande, nel brivido del sesso e del romanticismo, nell’evasione anestetizzante offerta da Netflix o nell’adrenalina del rischio. “Che male c’è?”, ci chiediamo. Se ti fa stare bene, fallo.
· Autonomia individuale. Nella nostra cultura attuale non c’è forse valore più grande del diritto all’autodeterminazione. “Sii fedele a te stesso”, scrisse Shakespeare nell’Amleto.[4] Intrinseca alla nostra identità occidentale è la convinzione che non possiamo essere veramente felici se non esprimendoci individualmente e senza costrizioni.
· Realizzazione personale. Il sogno americano (e non solo) si fonda sulla nostra convinzione collettiva che possiamo e dobbiamo essere tutto ciò che desideriamo. “Se puoi sognarlo, puoi realizzarlo”, diciamo ai nostri figli. E la maggior parte di noi trascorre il resto della vita cercando di ottenere la prossima promozione, di salire il prossimo gradino della scala, di ottenere il prossimo riconoscimento. Ancora uno, e saremo felici.
· Consumismo. Chi di noi non è stato toccato dalla scarica di dopamina che accompagna un nuovo acquisto? I pubblicitari sanno che crea dipendenza. Compriamo auto, vestiti, caffè, computer, divani e cosmetici, tutto con l’aspettativa che il prossimo prodotto ci renderà felici.
· Miglioramento personale. Sin dagli albori della modernità, noi occidentali siamo alla ricerca di un miglioramento personale. Il fiorente settore dell’auto-aiuto ci dice che saremo migliori e più felici se adotteremo le giuste abitudini, la giusta dieta, la giusta meditazione mattutina, il giusto bilancio familiare, il giusto equilibrio tra lavoro e vita privata. Siamo già la versione migliore di noi stessi?
· Relazioni. Sappiamo tutti fin troppo bene che la nostra felicità può aumentare o diminuire a seconda degli amici, dei partner, dei genitori, dei figli, dei coniugi, dei capi, dei vicini e dei baristi. In questa nostra era terapeutica, siamo particolarmente sensibili alle relazioni che riteniamo tossiche e tendiamo ad allontanare le persone che ci fanno stare male per fare più spazio a chi ci rende felici. Soltanto energie positive.
Questi sono i modi in cui perseguiamo la felicità. Ma come stiamo andando? Siamo già felici?
Una società infelice
Secondo il Rapporto BES dell’Istat, nel 2024 il 46,3% delle persone di 14 anni e più si dichiara molto soddisfatto della propria vita, attribuendole un punteggio tra 8 e 10 su una scala da 0 a 10; il 39,2% si colloca in una fascia intermedia, mentre il 12,3% risulta poco o per nulla soddisfatto. Inoltre, soltanto il 30,9% pensa che nei successivi cinque anni la propria situazione personale migliorerà, mentre il 12,2% ritiene che peggiorerà.[5] Pur trattandosi di rilevazioni diverse da quelle Gallup, anche questi dati mostrano che la soddisfazione personale non è affatto un dato scontato, nemmeno in un Paese segnato da un diffuso benessere materiale.
Chiunque presti attenzione alle notizie sulle tendenze della Generazione Z sa che non tutto va bene. Gallup ha rilevato che,
oltre al fatto che circa un quarto della Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) non si dichiara felice, circa un quarto non sente costantemente che la propria vita abbia un senso, circa la metà si sente spesso ansiosa e all’incirca uno su cinque si sente spesso depresso.[6]
Metà della Generazione Z se la cava bene, ma l’altra metà sta davvero attraversando un periodo difficile.
In Italia, la soddisfazione per la vita risulta più alta tra i 14-19enni, ma scende sensibilmente già tra i 20-24enni; inoltre, gli indicatori di salute mentale mostrano uno svantaggio particolarmente marcato tra le ragazze, confermando che anche nel nostro contesto il benessere delle nuove generazioni richiede attenzione.
Certo, le statistiche possono essere manipolate in innumerevoli modi. Non dobbiamo esagerare la risposta alla nostra domanda: “Siamo felici?”. Potremmo passare ore infinite a indagare le misure e le percezioni della felicità: il benessere economico, la salute fisica e mentale, l’accesso all’istruzione, l’appartenenza religiosa, la famiglia d’origine e il sostegno sociale. Tutte queste categorie, e molte altre ancora, influenzano il nostro livello di felicità o infelicità.
Questo argomento merita molte sfumature. Ma nello spazio limitato a mia disposizione, credo che possiamo trarre una conclusione senza riserve: troppi adulti e un numero allarmante di giovani sono molto infelici. Se siamo onesti, anche noi potremmo ammettere di essere meno felici di quanto vorremmo. Nonostante i nostri migliori sforzi, la vita non è andata come speravamo. Desideriamo ardentemente una vita felice, caratterizzata da profonda realizzazione, soddisfazione e serenità. Siamo circondati da comfort, comodità e dalla migliore qualità della vita di sempre, eppure potremmo essere le persone più stressate di sempre. Che cosa sta succedendo? Perché è così difficile essere felici? Noi e i nostri figli siamo destinati a una vita mediocre, alla delusione e alla nuova normalità caratterizzata da ansia e depressione in aumento?
Felicità duratura
Nel suo famoso Sermone sul Monte, Gesù insegnò ai suoi discepoli: “Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio e tutte queste cose vi saranno date in più” (Matteo 6:33).
In quel contesto, Gesù stava parlando di ansia e preoccupazione e disse ai suoi discepoli che il loro Padre celeste sapeva di cosa avevano bisogno prima ancora che glielo chiedessero. Gesù esortò i suoi discepoli:
“Perciò vi dico: non siate ansiosi per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete. Non è la vita più del nutrimento e il corpo più del vestito? Non siate dunque ansiosi per il domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno” (Matteo 6:25, 34).
La versione di Luca dello stesso sermone riporta le parole di Gesù: “Non temere, o piccolo gregge, poiché al Padre vostro è piaciuto di darvi il regno” (Luca 12:32). Riuscite a percepire la compassione nella voce di Gesù? Egli non condanna i Suoi discepoli né li definisce stolti per la loro preoccupazione per la vita. Non è infastidito né frustrato dalla loro miopia. Usa un linguaggio tenero, definendoli “piccolo gregge”, e ricorda loro che il Padre che è nei cieli li conosce bene e ha già in serbo per loro ciò di cui hanno bisogno, prima ancora che sappiano cosa chiedere.
L’atteggiamento premuroso di Gesù è come una coppa d’acqua fresca per chi ha sete. Quanto abbiamo bisogno di queste parole oggi! Quanto disperatamente la Generazione Z (come tutti noi) ha bisogno di questo conforto! È meraviglioso sentire il Dio dell’universo sussurrarci all’orecchio: “Non temete. Non siate ansiosi. Non preoccupatevi. So di cosa avete bisogno. Ve lo darò”. Anche mentre scrivo queste parole di Gesù, sento il mio stress svanire e il sollievo affluire dentro di me. “Ma cercate prima il regno di Dio”, dice Gesù, “e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta”. Che balsamo per le nostre anime!
Ma come possiamo cercare il regno di Dio? La Bibbia ci dice che il regno di cui parla Gesù è capovolto e questo rende la sua ricerca controintuitiva. Le azioni e le parole di Gesù ai Suoi discepoli sono spesso l’opposto di ciò che ci aspetteremmo. Gesù è Dio e uomo. In quanto Figlio perfetto, condivideva la gloria del cielo, eppure non considerò l’uguaglianza con Dio qualcosa a cui aggrapparsi, ma assunse umilmente la nostra umanità (Filippesi 2:1-11), per poi pronunciare parole sorprendenti come queste:
“Il Figlio dell'uomo [il titolo che Gesù attribuiva a sé stesso] non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Matteo 20:28).
“Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi” (Matteo 20:16).
“In verità io vi dico: Se non cambiate e non diventate come i piccoli fanciulli, non entrerete affatto nel regno dei cieli. Chi, pertanto, si abbasserà come questo piccolo fanciullo, è lui il maggiore nel regno dei cieli” (Matteo 18:3, 4).
“Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà, ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà” (Matteo16:25).
Il regno di Gesù non è come i regni di questo mondo. Noi vogliamo essere serviti. Ma Gesù chiama i cittadini del Suo regno a servire. Noi vogliamo essere i primi, ma Lui dice che è meglio essere gli ultimi. Non ci piacciono l’umiltà e la semplicità dei bambini; preferiamo il prestigio e la raffinatezza. Non vogliamo perdere la nostra vita, ma proteggerla e costruirla.
Le istruzioni di Gesù sono contrarie alle nostre norme culturali e ai nostri desideri naturali. In effetti, da soli non riusciremo a seguire queste istruzioni. Abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio.
Dopo la risurrezione, ma prima dell’ascensione al cielo, Gesù promise ai Suoi discepoli: “Non vi lascerò orfani; tornerò a voi” (Giovanni 14:18). Stava promettendo lo Spirito Santo che viene a dimorare in coloro che appartengono a Dio. Lo Spirito, infatti, ci aiuta a perseguire il regno capovolto di Gesù. Non si tratta soltanto di osservare la vita virtuosa di Gesù e di volerla imitare. Da soli non ci riusciamo. È lo Spirito che vive in noi a trasformarci, a farci desiderare e realizzare la volontà di Dio. Per grazia di Dio, ci dà la forza di confidare, ubbidire e seguire Gesù.
Gesù dice di essere venuto affinché noi potessimo avere la vita in abbondanza (cfr. Giovanni 10:10). Dice: “Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa” (Giovanni 15:11). Gesù vuole il bene tuo e il mio. Vuole che abbiamo una vita abbondante, piena di gioia e felice in Lui.
È possibile che esista una felicità autentica, duratura e a prova di fallimento, che non sia proprio come ce la aspettiamo?
C. S. Lewis risponde: “Se scopro in me stesso un desiderio che nessuna esperienza in questo mondo può soddisfare, la spiegazione più probabile è che io sia stato creato per un altro mondo”.[7]
[1] Sebbene questa affermazione sembri una parafrasi popolare, riassume abbastanza fedelmente le opinioni di Aristotele.
[2] Agostino, Le Confessioni, trad. Henry Chadwick, Oxford World’s Classics (Oxford University Press, 1991), 3.
[3] Blaise Pascal, Pensées, a cura di A. J. Krailsheimer, trad. W. F. Trotter (Penguin, 1995), 131.
[4] Atto I, scena 3.
[5] Istat, Rapporto BES 2024: il benessere equo e sostenibile in Italia, dominio “Benessere soggettivo”, dati 2024. N.d.E.
[6] Jon Clifton e Zach Hrynowski, “How Happy Is Gen Z?” [Quanto è felice la Generazione Z?], Gallup, 18 aprile 2024, https://news.gallup.com/.
[7] Lewis, Mere
Christianity, 137.
Trovare la vera felicità
Tutti desideriamo essere felici. La cerchiamo nelle esperienze piacevoli, nelle relazioni, nel successo, nella libertà personale, nella cura di noi stessi e in mille altre promesse che, prima o poi, ci lasciano delusi.
Perché, allora, è così difficile essere felici?
In questo breve volume, Jen Oshman affronta la nostra instancabile ricerca della felicità con onestà, sensibilità e chiarezza biblica. Confrontandosi con la cultura contemporanea, con il carattere umano e soprattutto con la Scrittura, l'autrice mostra che la felicità autentica non può essere inseguita come fine ultimo: è piuttosto il frutto di una vita orientata verso Dio, radicata in Cristo e sostenuta dalla speranza del Suo regno.
Queste pagine aiutano a riconoscere le false promesse della felicità centrata su sé stessi e a riscoprire una gioia profonda, capace di resistere alle delusioni, alla sofferenza e alle turbolenze della vita.
ORDINA LA TUA COPIA